Lascio ben volentieri il ruolo di giudice a tante altre persone sicuramente più “esperte” di me in materia di giornalismo. Mi limito soltanto a scrivere di getto alcuni pensieri su ciò che sta sconvolgendo (con le dovute proporzioni) il mondo dello sport, ossia il confermato doping di Alex Schwazer, campione olimpico a Pechino 2008 nella 50 km di marcia. Ieri è stato scoperto ed è stato cacciato – con disonore, aggiungerei – dalla spedizione azzurra di Londra.
L’atleta non cerca giustifiche (“Ho sbagliato, ho distrutto tutto quanto di buono ho fatto in questi anni, tutto cancellato. Non riesco più a guardarmi allo specchio. Avevo paura di non farcela con il solo allenamento”) e già annuncia che la sua carriera “è finita”. Naturalmente continueranno le indagini della Wada per ricostruire come sono andati effettivamente gli eventi e lasciamo che gli inquirenti facciano il loro lavoro con la dovuta dovizia e professionalità.
Io, invece, preferisco concentrarmi su altro. La svolta è avvenuta dando un’occhiata alla sua pagina Facebook ufficiale. In un attimo l’Italia si è spaccata tra i giudici di cassazione con le loro dure e repressive condanne e tifosi che lo compatiscono e che lo sostengono in questo momento difficile. La prima cosa che ho pensato è che in Italia, e forse anche in altri paesi, non si condanna mai il gesto, ma la persona, in un’eterna ricerca al capro espiatorio utile per azionare la nostra valvola di sfogo e tirar fuori tutta la rabbia repressa che ci portiamo dentro per chissà quali motivi.
Non sono né un avvocato difensore, né un pubblico ministero: nel mondo dello sport chi dopo, sbaglia. L’assioma è semplice e non lo scopriamo oggi grazie – o a colpa di – Schwazer.
Io, sinceramente, piuttosto che offenderlo, piuttosto che dargli dello stronzo o del dopato, mi sento soltanto deluso da un campione che ho sempre sostenuto (da quando vidi la sua finale di marcia olimpica di Pechino alle quattro del mattino, con l’arrivo al traguardo in lacrime per dedicare la vittoria al nonno appena scomparso) e me ne sbatto se l’Italia ha perso un’occasione di andare a medaglia nell’atletica. Tutto quello che ho da dire che Alex resta un grande atleta per ciò che ha fatto in passato e senza doping, mentre oggi è solo uno dei tanti che ha ceduto o che ha voluto fare il furbo, decidete voi come giudicarlo.
Chissà, forse perché amo troppo De André e la sua poetica, ma io non riesco a mettermi in fila accanto a giudici della domenica; più che una condanna, ad Alex regalerei una dura, ma comprensiva paternale, fatta da un amico, da un parente, da un semplice appassionato che lo vuole onesto in un mondo, quello dello sport, dove onesti si è ben poche volte. Ben vengano le sanzioni, purché non siano solo repressive, ma anche rieducative, che portino ad una riflessione sui propri gesti. Lo Schwazer di turno deve capire che è sbagliato doparsi non perché “così è scritto”, ma perché è un comportamento scorretto, nocivo per gli altri che si allenano duramente e nocivo anche e soprattutto per la salute dell’atleta.
Fateci caso, lo stesso atteggiamento di dura condanna repressiva che usa nei confronti dei dopati si manifesta – e con maggior durezza – nei confronti dei drogati. Loro si che sono dei deboli, sia d’animo che della società, che meriterebbero maggior comprensione e soprattutto tanto aiuto da parte dei “sani”, degli uomini forti che sanno sempre cosa è giusto e cosa è sbagliato e che sono sempre pronti a ricordatelo al primo errore che commetti, anche se ti sei sempre omologato al loro codice etico.
Mi dispiace per voi, ma questa volta non mi allineo al coro. Riflettiamo di più sui gesti che si commettono, piuttosto che concentrarci sulle persone che li compiono. Purtroppo, per loro malgrado, saranno sempre e solo una buona occasione per ricordarci che esistono cose che non vanno e che non possiamo far finta di dimenticare una volta condannati i rei.
Ad Alex Schwazer, invece, auguro di superare questa fase triste della sua vita e della sua carriera, sperando che capisca ben presto che il bello dello sport sono i sacrifici e l’allenamento duro in vista di un obbiettivo.
Francesco Pasquariello
Con tutti i soldi che girano nello e attorno allo sport (se così si può ancora chiamare), ci sarebbe da meravigliarsi che NON ci fosse il doping. I soldi, il successo, la vita facile, le televisioni, i giornali, la pubblicità: povero Alex, è difficile pensare che possa finire. Una volta “addentata” la mela non se ne può più fare a meno, come d’altronde vediamo ogni giorno in tutti i campi a cominciare dai politici. Pietà per l’uomo che si accorge di aver sbagliato, nessuna pietà per questi che sono diventati i principi ispiratori della nostra malata società.
Gentile Antonio, sono lieto di constatare che lei ha appreso appieno il significato del mio pensiero. Ammetto che, alle volte, non sono sempre di facile comprensione da parte di tutti, forse perché non sempre sono schierato secondo la comune morale. Sono pienamente d’accordo con lei con quanto ha espresso nel suo commento e la ringrazio per aver letto e commentato l’articolo. A presto!
Francesco
Grazie davvero Francesco, mi sembra che il titolo dell’art. parlasse ben chiaro.
Ho scoperto il suo sito per caso, tramite OKNOtizie, e mi riprometto di visitarlo ancora proprio perché abbiamo veramente bisogno di buon senso.
Non so se sarò sempre d’accordo, ma glielo farò sapere
.
Buon lavoro,
Antonio.
PS: a volte ANCHE le persone sono il problema, almeno credo.